Criminologia Preventiva- riflessioni e considerazioni
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Da mesi la stampa si occupa di notizie riguardante attrici che stanno denunciando violenze sessuali sul lavoro.
Una bufera che si è scatenata dopo le dichiarazioni di Asia Argento che ha indotto decine di attrici italiane a confessare di aver subito molestie o violenze sessuali di vario genere e gravità.
Di qui, ancor di più, alla questione sulle molestie sessuali si è aggiunta quella delle (molestie e) dei ricatti sessuali sui luoghi di lavoro. Fino a giungere alla stessa violenza sessuale. Ma andiamo con ordine.
Cos’è una molestia sessuale e qual è la differenza con la violenza sessuale?
La distinzione tra violenza sessuale e molestia a sfondo sessuale risiede nella coartazione dell’altrui volontà e nell’imposizione di un comportamento diretto ad appagare il proprio istinto sessuale, al quale la vittima non abbia la possibilità di sottrarsi, tipico della prima delle due fattispecie (ex plurimis si veda Cassazione penale, sez. III, sentenza 04/10/2012 n° 38719).
Il reato di molestie previsto dall’art. 660 del codice penale punisce “chiunque in luogo pubblico o aperto al pubblico, ovvero col mezzo del telefono, per petulanza o per altro biasimevole motivo, reca a taluno molestia o disturbo” con l’arresto fino a sei mesi o con l’ammenda fino a 516 euro.
Il reato di molestie sessuali si integra in presenza di espressioni verbali a sfondo sessuale  o di atti di corteggiamento invasivo ed insistito, diversi dall’abuso sessuale, quindi atti meno gravi di quello di violenza sessuale, il quale consiste invece in toccamenti (quantomeno di “zone erogene”) nei confronti della vittima che non è nelle condizioni di autodeterminarsi.
Il reato di molestie sessuali non è stato previsto dal legislatore ma è riconosciuto dai Giudici italiani e ricondotto dell’articolo 660 del Codice Penale “molestia o disturbo alle persone”, il quale in tal caso applica la pena dell’arresto fino a sei mesi oppure l’ammenda fino ad € 516 (la scelta al riguardo è rimessa alle valutazioni Giudice).

Il reato di violenza sessuale, è disciplinato e punito dall’art. 609 bis per il quale “chiunque con violenza o minaccia o mediante abuso di autorità, costringe taluno a compiere o subire atti sessuali è punito con la reclusione da cinque a dieci anni”.
La Corte Suprema, chiamata più volte, in tema di violenza sessuale (ex plurimis Cass. 2742/2010; Cass. 7369/2006), ha sancito che la condotta sanzionata comprende qualsiasi atto che, risolvendosi in un contatto corporeo, anche se fugace ed estemporaneo, tra soggetto attivo e passivo del reato, ovvero in un coinvolgimento della sfera fisica di quest’ultimo ponga in pericolo la libera autodeterminazione della persona offesa nella propria sfera sessuale.
Molestie sessuali sul posto di lavoro.
Posta l’importante differenza tra molestia e violenza sessuale, occorre adesso occuparci delle molestie sul luogo di lavoro.
La molestia sessuale sul luogo di lavoro come in altre occasioni, occorre precisarlo, può avere ad oggetto entrambi i sessi e dunque non solo le donne, e prescinde dal fine che il colpevole si prefigge di conseguire.
I molestatori più accaniti difficilmente la smetteranno, pertanto dopo aver manifestato la propria contrarietà, senza successo, conviene chiedere aiuto.
Cosa fare?
I fatti: sono oltre un milione le lavoratrici o i lavoratori che hanno subito abusi da parte di superiori e colleghi, nell’arco della vita, non solo in fase di assunzione, ma anche per mantenere il posto o per una promozione.
Le denunce però, sono poche.
Il problema è che trattandosi di questioni delicate, una delle difficoltà maggiore riguarda l’accertamento dei fatti: insinuazioni e allusioni continui pesanti, contatti non voluti, ricatti, inviti a cena insistenti. Comportamenti punibili purché si abbiano delle prove. Altrimenti si rischia il licenziamento, se non proprio la calunnia.
Conviene quindi avere prove il più possibile certe.
Non è sbagliato parlare con colleghi o ex colleghi di fiducia, ma occorrono dei professionisti. Anche perché si potrebbe scoprire di non essere l’unica persona a subire delle molestie da parte dello stessa persona. Si può, in questo modo, agire insieme. In più, gli ex colleghi potrebbero testimoniare senza temere alcuna ritorsione.
È molto importante avere il maggior numero possibile di prove delle molestie subite: messaggi al cellulare o di posta elettronica, registrazioni di telefonate esplicite, note con ora e luogo in cui è avvenuta la molestia, eventuale presenza di testimoni. Prove che non sempre vengono ammesse ad un processo ma che servono a trattare prima di arrivare in aula. Le aziende, infatti, preferiscono quasi sempre arrivare ad un accordo pur di non compromettere il loro nome.
Durante il procedimento penale che accerta i fatti si deve il più possibile essere preparati. E spesso non basta nominare un avvocato.
Cosa può fare un’agenzia investigativa?
L’investigatore privato può essere molto utile nella raccolta delle prove a carico del soggetto sospettato del comportamento in oggetto, offrendo servizi investigativi, e, congiuntamente, indagando, accertando e documentando chi o cosa vi molesta.
Si tratta di indagini svolte da persone autorizzate ai sensi dall’art. 134 e135 T.U.L.P.S. , volte cioè a proteggere il cliente in tutta la casistica elencata e a identificare le fonti da cui provengono le molestie, affiancando e completando l’eventuale lavoro di indagine svolto dalle forze dell’ordine in seguito ad una (eventuale) denuncia espressamente presentata. 
Il punto più complesso della normativa è l’utilizzo di tali prove all’interno di un processo. È molto importante che le prove siano raccolte, da persone autorizzate e con mezzi tecnologici e da esperti in materia, in modo che la controparte non possa contestarne l’attendibilità.
Per questo tipo di indagini, spesso complesse, delicate e che richiedono tempi anche molto lunghi, le agenzie di investigazione mettono a disposizione non solo personale altamente qualificato, composto da investigatori privati di grande esperienza, ma anche strumentazioni all’avanguardia, sinergie con laboratori tecnici e di analisi, collaborazioni con periti e professionisti per ogni ambito toccato dall’indagine.
In sede processuale è possibile integrare la prova con la testimonianza orale dello stesso investigatore. In altre parole, quest’ultimo potrà essere chiamato a confermare i fatti che ha visto, che ha registrato o che ha fotografato, in tal modo avvalorando la sua documentazione.

Dott.ssa Elvira Buttiglione

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